Le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), conosciute anche come biotestamento, sono lo strumento con cui ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere esprime in anticipo le proprie volontà sui trattamenti sanitari da ricevere o rifiutare nel caso in cui venga a trovarsi in uno stato di incapacità decisionale. Disciplinate dall'art. 4 della Legge 22 dicembre 2017, n. 219, le DAT servono a chiunque voglia tutelare la propria autonomia di fronte a eventi imprevedibili come coma, demenza progredita o malattia terminale.
Legal basis: art. 4 L. 22 dicembre 2017, n. 219
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Che cosa sono le disposizioni anticipate di trattamento
La Legge 22 dicembre 2017, n. 219 ha introdotto in Italia un quadro normativo organico sul consenso informato e sulle volontà anticipate del paziente. L'art. 4 disciplina specificamente le DAT: attraverso questo atto il disponente — così viene chiamata la persona che redige le proprie volontà — autorizza o rifiuta determinati accertamenti diagnostici, scelte terapeutiche e singoli trattamenti sanitari.
Le DAT non sono un testamento ordinario: non riguardano la distribuzione di beni, ma esclusivamente la sfera delle cure mediche. Il medico è tenuto a rispettarle, salvo che esse risultino palesemente incongrue rispetto alla situazione clinica concreta o vi siano terapie non prevedibili al momento della redazione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento.
Un aspetto centrale è la nomina del fiduciario. L'art. 4, L. 219/2017 prevede che il disponente possa indicare una persona di fiducia, maggiorenne e capace, che si fa interprete delle sue volontà nei confronti del medico e della struttura sanitaria. Il fiduciario ha facoltà di accettare o rifiutare l'incarico e può rinunciare in qualsiasi momento con atto scritto.
Quando è necessario redigere le DAT
Non esiste un'età o una condizione di salute che renda le DAT "opportune" per alcuni e superflue per altri. Chiunque può trovarsi improvvisamente nella situazione di non poter esprimere il proprio consenso: un incidente stradale, un ictus, una diagnosi oncologica in fase avanzata.
Le circostanze più comuni in cui le DAT diventano praticamente decisive sono:
- Malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer o la sclerosi laterale amiotrofica, che portano progressivamente alla perdita della capacità decisionale;
- Stati vegetativi o di minima coscienza conseguenti a traumi o eventi cardiovascolari;
- Patologie terminali nelle quali il disponente desidera fissare limiti chiari all'accanimento terapeutico.
Redigere le DAT in buona salute è la scelta più lungimirante: permette di riflettere con calma, di confrontarsi con i propri medici e, se si desidera, con un legale, senza la pressione di una diagnosi già in corso.
Il contenuto delle DAT: clausole principali
Le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT / Biotestamento) contengono tipicamente le seguenti sezioni fondamentali.
Identità del disponente. Nome, cognome, data e luogo di nascita, codice fiscale e recapiti. È essenziale che l'identità sia verificabile con certezza, poiché l'atto produce effetti su decisioni di vita.
Volontà sui trattamenti sanitari. Il nucleo del documento. Il disponente può esprimere preferenze su: rianimazione cardiopolmonare, ventilazione meccanica, nutrizione e idratazione artificiali, dialisi, chemioterapia e radioterapia, terapia del dolore e cure palliative. Per ciascuno di questi ambiti può indicare il consenso, il rifiuto o un indirizzo più sfumato — per esempio accettare un trattamento per un tempo limitato, verificandone l'efficacia.
Nomina del fiduciario. Come previsto dall'art. 4 L. 219/2017, il disponente indica chi agirà come interlocutore dei medici. Conviene indicare anche un fiduciario sostituto, nel caso in cui il primo non sia disponibile o rinunci all'incarico.
Motivazioni e valori personali. Non è obbligatorio, ma è fortemente consigliato: spiegare le ragioni alla base delle scelte aiuta il medico e il fiduciario a interpretare le DAT nei casi non espressamente previsti.
Data e firma. Elemento imprescindibile per la validità dell'atto.
Come redigere e depositare le DAT
L'art. 4 L. 219/2017 ammette più modalità di redazione e deposito, lasciando flessibilità al disponente.
Atto pubblico davanti al notaio. È la forma più formale e garantisce la massima certezza probatoria. Il notaio autentica la firma e conserva l'originale; una copia può essere depositata nella banca dati nazionale delle DAT presso il Ministero della Salute.
Scrittura privata autenticata. La firma viene autenticata da un pubblico ufficiale abilitato — nella pratica si tratta spesso del notaio, ma la legge non esclude altri soggetti cui la normativa attribuisce tale funzione.
Consegna all'ufficio dello stato civile del Comune di residenza. Il Comune conserva le DAT e, su richiesta, le trasmette alla struttura sanitaria che ne abbia bisogno. Molti Comuni hanno attivato procedure semplificate allo sportello.
In casi eccezionali: video o olografia. Se il disponente si trova nell'impossibilità fisica di redigere o firmare un atto scritto, l'art. 4 L. 219/2017 prevede che le DAT possano essere espresse attraverso videoregistrazione o altri dispositivi che consentano la comunicazione, alla presenza di un testimone.
La banca dati nazionale gestita dal Ministero della Salute ha lo scopo di rendere le DAT accessibili ai medici in qualsiasi struttura del territorio italiano, anche d'urgenza. Il deposito non è obbligatorio, ma è caldamente raccomandato: un documento conservato solo in casa rischia di non essere rintracciato al momento del bisogno.
Le DAT possono essere revocate o modificate in qualsiasi momento, senza formalità particolari: è sufficiente un nuovo atto redatto nelle stesse forme. In caso di urgenza, la revoca può avvenire anche oralmente davanti al medico, che ne prende nota in cartella clinica.
Gli errori più frequenti
Non nominare il fiduciario o indicarne uno non raggiungibile. Senza un fiduciario attivo, le DAT perdono il loro principale punto di contatto con l'equipe medica. Verificare periodicamente la disponibilità della persona nominata è un passaggio spesso trascurato.
Usare un linguaggio troppo vago. Clausole come "non voglio soffrire inutilmente" o "desidero una morte dignitosa" sono comprensibili sul piano umano, ma offrono poco aiuto operativo. Specificare i singoli trattamenti — anche con l'ausilio di un medico di fiducia — rende le DAT molto più efficaci.
Non aggiornare il documento dopo diagnosi rilevanti. Le DAT redatte a quarant'anni, in piena salute, potrebbero non rispecchiare le volontà di una persona che ha ricevuto una diagnosi grave a sessanta. Un aggiornamento periodico mantiene il documento allineato alla realtà clinica e personale del disponente.
Conservare le DAT solo in casa. Come già segnalato, un documento non depositato presso il Comune o nella banca dati ministeriale potrebbe non essere disponibile in un momento di emergenza, vanificando l'intero sforzo di pianificazione.
Redigere il documento senza informarsi sulle opzioni mediche. Le DAT più efficaci nascono da un confronto aperto con il proprio medico di medicina generale o con uno specialista. Capire cosa significa concretamente la ventilazione meccanica o la nutrizione artificiale aiuta a fare scelte consapevoli, non solo emotivamente guidate.
Non comunicare l'esistenza delle DAT al fiduciario e ai familiari. Anche il miglior documento resta inutile se nessuno sa dove trovarlo o che esiste. Informare le persone coinvolte — e lasciare almeno una copia in un luogo accessibile — è parte integrante del processo.
Validità nel tempo e rapporto con il consenso attuale
Le DAT non hanno una scadenza automatica: restano valide fino a revoca espressa. Tuttavia, se nel momento in cui la struttura sanitaria deve applicarle il disponente è ancora capace di intendere e di volere, prevale sempre il consenso espresso in quel momento — le DAT cedono di fronte alla volontà attuale.
Questo principio, saldamente radicato nell'art. 4 L. 219/2017, riflette il rispetto per l'autonomia della persona: le DAT servono a colmare un vuoto decisionale, non a sostituire la voce di chi è ancora in grado di farsi sentire.
Redigere le proprie disposizioni anticipate è un atto di cura verso se stessi e verso chi ci è vicino: toglie ai familiari il peso di decisioni difficili in momenti già drammatici e garantisce che la propria visione della vita — e della malattia — venga rispettata anche quando non si è più in grado di esprimerla.
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